
by Elya via Wikimedia Commons
L’altro giorno mi sono trovato a parlare di povertà. L’ho presa un po’ da lontano perché, come ho premesso all’inizio del mio intervento e come mi ha insegnato un caro amico: “non c’è cosa più pratica di una buona teoria”. Ovvero, per capire bisogna fermarsi a riflettere soprattutto in un campo come questo pieno di “buona volontà” a cui si sconta troppe volte la mancanza di razionalità o di semplice ragionevolezza.
Cosa si intende quindi per povertà? Una definizione tradizionale fa coincidere la povertà con l’assenza di reddito. In questa concezione si distingue una:
Povertà assoluta che, a sua volta, può essere intesa come “soglia di sopravvivenza” o come standard di vita “accettabile”. L’incidenza della povertà assoluta, in Italia, si attesta al 4,7% per le famiglie (1.162.000) e al 5,2% per gli individui (3.074.000) – era rispettivamente al 4,6% (1.126.000) e al 4,9% (2.893.000).
Povertà relativa: che fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale. La percentuale di famiglie in condizione di povertà relativa è del 10,8% (corrispondente a 2.657.000 famiglie) e quella degli individui del 13,1% della popolazione (7.810.000 persone)1
Ormai non più recenti sviluppi teorici (Sen, Nussbaum e altri) hanno tuttavia esteso la nozione di povertà a un più ampio insieme di dimensioni che concorrono a determinare il benessere individuale. In questa seconda accezione la povertà è concepita non solo e non tanto come perdita di controllo sulle risorse disponibili, quanto piuttosto come fallimento di alcune capacità di base, quali essere in salute, partecipare alla vita della comunità, essere adeguatamente istruito, ecc. E’ povero cioè chi non riesce a “funzionare” in uno o più di questi ambiti.
In realtà è difficile trattare queste dimensioni separatamente, se non a fini analitici. Il problema è che la povertà è realmente e sempre un problema di tipo multidimensionale e le dimensioni si condizionano reciprocamente (es. la povertà di istruzione condiziona la povertà di salute; la povertà di relazioni sociali influenza la povertà di lavoro, ecc.).
Nelle società moderne vi sono alcune categorie che, per le loro caratteristiche interne, sono particolarmente esposte alla povertà perché deboli su più livelli (anziani, disabili, donne sole con figli, immigrati non regolari, disoccupati adulti, giovani coppie precarie, ecc.).
La dimensione della povertà non è comunque sufficiente per avere un quadro delle difficoltà che le persone si trovano ad affrontare oggi. Negli ultimi anni si è fatto largo quindi il concetto di vulnerabilità.
La vulnerabilità, come afferma Negri, rende conto di “situazioni caratterizzate da «fragili orizzonti» – in cui c’è incertezza e sensazione di perdita di controllo – anche se non è presente un disagio conclamato”. L’immagine che l’idea di vulnerabilità ci trasmette è quella della quotidianizzazione dell’incertezza.
Come ha ben scritto Buccarelli, anche su questo blog: “Nella povertà non ci si ritrova improvvisamente. Nella povertà si scivola. E questo slittamento è spesso impalpabile, a volte ben poco chiaro alle stesse persone che stanno smottando, figuriamoci a quelle che sono preposte al loro aiuto. Si deraglia per una concomitanza di concause, alcune oggettive, altre più legate all’introspezione e a quel misterioso universo costituito dal senso di identità e dal sentimento di fiducia. Ma entrambe fra loro strettamente legate”. Non è un problema psicologico ma di erosione del capitale sociale.
La caratteristica della modernità, come esemplificato efficacemente da Bauman, è la liquidità. Scivolamento e liquidità si contrappongono alla stabilità e alla prevedibilità del passato. Laddove ieri, ad esempio, avere un lavoro era garanzia non solo di sicurezza economica ma anche di relazioni e di protezione sociale (pensione, infortuni, malattia), oggi nemmeno avere un lavoro garantisce tutto questo: non relazioni, perché spesso mobile, spezzettato, non protezioni perché non collegato automaticamente a un sistema di sicurezza sociale.
I nuovi poveri sono coloro che non hanno accesso a sistemi di protezione che permettano loro di respirare, prendere fiducia, riorganizzarsi, avere il tempo di attuare iniziative di uscita dalla condizione di difficoltà. Sia sistemi formali che reti informali.
Una recente analisi sulla povertà nella mia città, ad esempio, ha mostrato come le difficoltà sono sempre più forti per le persone native rispetto alle persone immigrate. Sono i nativi che soffrono, più degli immigrati, della distruzione del tessuto sociale e relazionale del territorio, della progressiva spersonalizzazione e del progressivo isolamento delle persone all’interno della comunità locale, dell’inadeguatezza delle strutture e dei servizi sociali e della dominante cultura individualistica.
I nativi non hanno la spinta che deriva dal vedere comunque una prospettiva di miglioramento delle proprie esistenze, anche a costo di immensi sacrifici (abbandono della terra, degli affetti, rischi e pericoli immani) che è la caratteristica della condizione degli immigrati. Essi vedono invece erodersi ciò che avevano costruito e non sono preparati a questa nuova condizione e, soprattutto, non vedono prospettive e percorsi di uscita. La tentazione di dare la colpa ai nuovi arrivati (che non c’erano quando “si stava bene”) è grande ma ci si sbaglia di grosso. Le responsabilità vanno individuate infatti in una società che, a partire da chi aveva e ha più responsabilità e potere fino a ognuno di noi, ha pensato e tollerato che si potesse prescindere dalla creazione di un sistema di giustizia sociale, perché tanto ognuno se la sarebbe cavata e a noi non sarebbe mai capitato.
Pur ammettendo un certo grado di deformazione professionale, credo si possa affermare che, in tutto questo, le responsabilità individuali siano meno pesanti di quelle sociali e strutturali. La vita, i fallimenti, le cadute, le semplici difficoltà, gli imprevisti sono cose troppo grandi per poter essere rigettate sulle capacità dei singoli di tirarsene fuori. Se l’idea di una società organizzata ha un senso, se la democrazia ha un senso, questo senso è quello di creare dei meccanismi sociali che aiutino le persone a non sentirsi abbandonate a loro stesse nei momenti difficili della costruzione dei propri percorsi di vita.
Lo Stato sociale, nelle sue varie forme, adeguate alla modernità, che vedono pubblico e privato sociale, ad esempio,collaborare ognuno per i propri compiti, è il succo della democrazia sostanziale. Le democrazie devono garantire un livello di protezione minimo e devono organizzare quelle reti istituzionali e favorire quelle reti informali che consentono di non pagare le difficoltà con la propria vita, sia in termini di progetto che, purtroppo, talvolta e sempre più, in termini reali (vedi i casi drammatici dei suicidi nelle carceri, tra i disoccupati e i piccoli imprenditori in difficoltà).
L’impegno necessario è quello di una responsabilità diffusa nei confronti dell’altro, rigettando le logiche individualistiche dominanti. Una responsabilità personale e una responsabilità politica.
A questo proposito, c’è un detto che afferma che ognuno ha la casse politica che si merita. Se questo può essere in parte vero, un po’ di dubbi potrebbero venire osservando con attenzione quello che sta avvenendo in Grecia con particolare riferimento ai casi di abbandono di bambini riportati qui e qui.
Quali colpe sono così gravi da dover essere espiate con la distruzione dei legami più cari? E’ una questione di civiltà e di giustizia. E di democrazia. (g.p.)
1 I dati sono quelli della commissione di indagine sull’esclusione sociale 2010 (rif. 2009)